sabato, 19 maggio 2007
Filippo Tuena fa parte della piccola schiera di autori contemporanei e italiani che leggo e rileggo con gioia via via crescente. Per contrappasso alla mia dedizione, in un’era contraddistinta dall’esigenza della “ricerca su internet”, in questi anni di bit e immagini, di questo autore romano, classe ’53, poco si trova.
O quasi.
Una biografia. Alcune pagine bibliografiche. E poco più. Non un sito vero e proprio. Non un blog. Roba da starci male.
Filippo Tuena l’ho incontrato un giovedì pomeriggio. L’anno, il 2002. Il mese, ottobre. Ero al supermercato con mia madre. In genere, quando io entro in un supermercato la prima cosa che cerco di individuare è lo scaffale o il banco con i libri. Quel giorno, dopo aver girato il supermercato in lungo e in largo, m’imbattei in una cesta di vimini, non molto grande, in cui era stata riversata una gran quantità di libri. I titoli spaziavano dalle mille idee per la cura del giardino di casa alle ricette di primi piatti siciliani. C’era un grosso manuale di fotografia, alcune diverse dozzine di “Segretissimo”, un paio di romanzetti rosa. Ricordo che un anziano si avvicinò alla cesta, fece finta di dare un’occhiata al manuale di fotografia, mi lanciò un paio di occhiate di studio, poi afferrò un volume di Liala e corse alla cassa. Accadde davvero, lo giuro.
Stavo per concludere una prima superficiale perlustrazione della cesta (solitamente ritorno più volte sul luogo del delitto e solo dopo attente valutazioni decido se acquistare o meno), quando lo sguardo mi cadde su una frase, stampata sul retro di un volume ancora avvolto nel cellophane.
| “Sull’orologio d’alabastro verdino non si esibiva una danzatrice qualsiasi, bensì la rapida Occasione. Ritratta secondo l’antica iconologia del Ripa, coi capelli rivolti verso la fronte, a significare quanto essa vada prevenuta e anticipata, con i piedi alati, per il suo veloce passare in equilibrio su una ruota mai ferma, e con in mano l’affilato rasoio che tronca ogni sorta di impedimento al suo volo.” |
Il periodo mi colpì. Chissà perché. Chissà per quale alchimia. Voltai il volume. Il titolo era “Il volo dell’occasione”, l’autore un certo Filippo Tuena. In copertina, la “Modella di profilo” di Seurat. L’editore era Longanesi. Un talloncino arancione recava la scritta Offerta Speciale e il prezzo: 2 euro. Lo acquistai.
Quel libro lo lessi in una sola mattina, due giorni più tardi. Era il due novembre, il giorno della Commemorazione dei defunti. L’atmosfera di quella giornata, il tema del libro (una torbida vicenda di revenant, fantasmi, condannati per l’eternità a ripetere il loro orribile peccato), mi coinvolsero in una delle esperienze di lettura per me più forti. Del libro ne riparlerò. E anche di Tuena.
Filippo Tuena, Il volo dell’occasione, Longanesi 1994, Fazi 2004.
mercoledì, 16 maggio 2007
Nel numero 82 della rivista ArpaMagazine (per poterla leggere, bisogna registrarsi, ma la registrazione è veloce e gratuita) c'è una interessante intervista a Babsi Jones, di cui uscirà presto il romanzo d'esordio presso la collana 24/7 di Rizzoli.
Mi interessa scrivere, perché è un’urgenza che ho, un’urgenza assoluta, esistenziale nell’accezione più prosaica del termine, ho bisogno di scrivere e scrivo perché non so fare altro: tutta la mia vita è stata “scrittura”.
E mentre ci sono, vi aggiorno sulla produzione dal basso della Malastrada.
In questo momento (ora 0:43), sono 238 le copie prenotate. Dobbiamo arrivare a 760 e mancano 13 giorni.
Aggiornamento: le copie sinora prenotate sono 282!
venerdì, 11 maggio 2007
Riappaio in rete per alcune segnalazioni.
Potrei intitolare questo post La rete che fa rete. Quattro iniziative degne di nota. Eccole.
Uno. Francesco Urbano ha dato vita a questo sito. Sono presenti per il momento Donato Altomare e Cinzia Pierangelini. Dategli un'occhiata.
Due. Quest'altro progetto ha avuto inizio un po' di tempo fa. Lo scopo è lo stesso: fare rete e dare visibilità a ognuno dei suoi iscritti. E quanto si tratta di scrittori esordienti, la visibilità è uno dei maggiori problemi. L'indirizzo è questo.
In questo sito è presente ancora una volta la brava Cinzia Pierangelini, con il suo Eraclito e il muro.
E sempre sui Tracciatori, segnalo una coppia strepitosa (non esagero: lei è esplosiva. E io devo moltissimo a questa donna, signori!): Lilli Luini e Maurizio Lanteri. Qui il loro sito. E questo è il loro libro.
Tre. I frutti cominciano a vedersi. Aumentano le adesioni, aumentano i siti che ne parlano. Io ringrazio tutti, lo faccio a nome della Malastrada, e vi invito a continuare. Stavolta è la rete solidale che si sta muovendo. E mi fa molto piacere.
Quattro. Per chi ancora non si fosse accorto della striscetta lì, nell'angolo, in alto a destra. Altro caso di rete solidale. Parliamo in questo caso di Darfur e mondo dei blogger, o blogosfera. Anche in questo caso vi invito - in particolare, estendo l'invito a chi ha un blog - ad aderire al progetto.
sabato, 05 maggio 2007
Malastrada.film è una casa di produzione/distribuzione di cinema di ricerca che ha scelto di fare delle produzioni dal basso, il metodo principale per la creazione di opere cinematografiche. Alla base di questa scelta c'è la volontà di voler sperimentare un sistema nuovo di produzione che permette di relazionarsi con i coproduttori nell'ottica di uno scambio intellettuale e umano reciproco. Per noi produrre dal basso significa bypassare l’industria televisiva quanto quella cinematografica, restare fuori dal controllo politico ed estetico delle multinazionali, delle loro immagini e delle loro storie. [Tratto dal sito Malastrada.film.com]
Questa segnalazione (piena di link e rimandi da leggere con attenzione) la faccio con piacere. Uno, perché conosco i ragazzi della Malastrada e li stimo. Due, perché si occupano di questioni importanti con serietà e impegno.
13 variazioni su un tema barocco è l'ultimo loro progetto. Una denuncia forte dello scempio che le multinazionali del petrolio tentano di compiere in un territorio, quale il Val di Noto, dichiarato dall'Unesco patrimonio dell'umanità.
Adesso è la volta del Burkina Faso. Il progetto si chiama Même père même mère, e coinvolge il Centro Ghélawé, attivo dal 2001.
Il Burkina Faso è una delle aree più povere del pianeta. L'unico periodo di crescita economica e sociale del Paese risale agli anni '83-'87, anni in cui Thomas Sankara, considerato il Che Guevara africano, fu presidente. In seguito a un colpo di stato, Sankara venne ucciso insieme a dodici suoi ufficiali, e salì al potere l'attuale presidente, Blaise Compaoré. Da allora il Burkina Faso vive una situazione drammatica.
Ma cosa significa produrre dal basso?
Significa lanciare una campagna di adesione (quella per il progetto Même père même mère è partita ieri, 4 maggio, e si prolungherà fino al 28 dello stesso mese), in cui ognuno contribuisce acquistando preventivamente (finalmente una connotazione positiva del termine preventivo) una copia del DVD che verrà distribuito al termine del progetto.
Per 13 variazioni su un tema barocco sono state raccolte 641 adesioni. 760 ne occorrono, invece, per Même père même mère.
mercoledì, 02 maggio 2007
Ho letto Il mestiere di vivere di Cesare Pavese. Ho il libro accanto a me, qui sulla scrivania. Ho riempito un quaderno di appunti, appunti che resteranno privati. Appunti, che è giusto rimangano privati.
Pavese ha una sola, grande ossessione. L’Arte. L’Arte di Vivere che rende necessario imparare il mestiere di vivere, quanto mai faticoso e duro. L’Arte di poetare, cioè di mettere in versi o prosa i propri pensieri. L’ultima intimamente legata alla prima.
Scrive Pavese: “Eppure è tanto chiaro: bisogna vincere l’abbandono voluttuoso, smettere di considerare gli stati d’animo quali scopo a se stessi. Che occorra vivere tragicamente e non voluttuosamente, è provato da quanto ho patito sinora. Anzi, da quanto ho inutilmente patito. La colpa va alla sogneria, cosa molti diversa, e nemica della buona arte.”
Il diario termina il 18 agosto 1950. Le parole affidate a quella data segnano un congedo. Dalla vita e dalla scrittura, intrecciate ormai indissolubilmente.
La cosa più segretamente temuta accade sempre.
Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?
Basta un po' di coraggio.
Più il dolore è determinato e preciso, più l'istinto della vita si dibatte, e cade l'idea del suicidio.
Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l'hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio.
Tutto questo fa schifo.
Non parole. Un gesto. Non scriverò più.
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