Ho letto Il mestiere di vivere di Cesare Pavese. Ho il libro accanto a me, qui sulla scrivania. Ho riempito un quaderno di appunti, appunti che resteranno privati. Appunti, che è giusto rimangano privati.
Pavese ha una sola, grande ossessione. L’Arte. L’Arte di Vivere che rende necessario imparare il mestiere di vivere, quanto mai faticoso e duro. L’Arte di poetare, cioè di mettere in versi o prosa i propri pensieri. L’ultima intimamente legata alla prima.
Scrive Pavese: “Eppure è tanto chiaro: bisogna vincere l’abbandono voluttuoso, smettere di considerare gli stati d’animo quali scopo a se stessi. Che occorra vivere tragicamente e non voluttuosamente, è provato da quanto ho patito sinora. Anzi, da quanto ho inutilmente patito. La colpa va alla sogneria, cosa molti diversa, e nemica della buona arte.”
Il diario termina il 18 agosto 1950. Le parole affidate a quella data segnano un congedo. Dalla vita e dalla scrittura, intrecciate ormai indissolubilmente.
La cosa più segretamente temuta accade sempre.
Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?
Basta un po' di coraggio.
Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l'hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio.
Tutto questo fa schifo.
Non parole. Un gesto. Non scriverò più.





































