venerdì, 22 giugno 2007
Questo post è come un sipario.
Su quanto si è finora qui svolto, cala un tendaggio rosso, le luci si accendono, la maschera apre le porte e guida il gentile pubblico verso le uscite.
Io, attore di questa commedia, lascio il palco con una punta di nostalgia. Solo una punta. Però. Perché questo non è un addio. Semmai è un arrivederci, un lungo arrivederci agli amici, a quanti in questi mesi hanno letto le poche cose che ho scritto. Lungo, perché vi lascio per più di due mesi.
I motivi.
Uno, mi trasferisco in una ridente località (c'è scritto così nelle guide che ho letto) a pochi passi da Taormina. Lì non ho una linea fissa. C'è un internet-point. Ma il proprietario, un tipo dai gusti estetici particolarissimi, parrucchino e abbronzatura da urlo compresi, mi fa antipatia e quindi eviterò di gonfiare con i miei euri il suo bilancio estivo.
Due. Vado in un luogo che per me è sempre stato punto di ispirazione e pace. Vado, quindi, per tentare di completare o la raccolta di racconti che ho già progettato o il romanzo che ho già in parte (piccola) scritto. L'ulivo che solitamente ospita le mie sessioni estive di scrittura è ancora lì al suo posto. Conto di farcela. Vi farò sapere.
venerdì, 15 giugno 2007
Una riflessione. E una sorpresa (per me, s'intende!).
Quando, a marzo, detti il via a questo blog, l'idea di fondo era quella di pubblicare due-tre volte la settimana piccoli racconti appositamente redatti per questo luogo. L'inizio fu stimolante. Poi mi resi conto che quel tipo di gestione non avrei potuto portarla avanti per molto tempo. Per una serie di ragioni. Così lo riadattai.
Adesso è un luogo ancora più stimolante. Per me.
sabato, 19 maggio 2007
Filippo Tuena fa parte della piccola schiera di autori contemporanei e italiani che leggo e rileggo con gioia via via crescente. Per contrappasso alla mia dedizione, in un’era contraddistinta dall’esigenza della “ricerca su internet”, in questi anni di bit e immagini, di questo autore romano, classe ’53, poco si trova.
O quasi.
Una biografia. Alcune pagine bibliografiche. E poco più. Non un sito vero e proprio. Non un blog. Roba da starci male.
Filippo Tuena l’ho incontrato un giovedì pomeriggio. L’anno, il 2002. Il mese, ottobre. Ero al supermercato con mia madre. In genere, quando io entro in un supermercato la prima cosa che cerco di individuare è lo scaffale o il banco con i libri. Quel giorno, dopo aver girato il supermercato in lungo e in largo, m’imbattei in una cesta di vimini, non molto grande, in cui era stata riversata una gran quantità di libri. I titoli spaziavano dalle mille idee per la cura del giardino di casa alle ricette di primi piatti siciliani. C’era un grosso manuale di fotografia, alcune diverse dozzine di “Segretissimo”, un paio di romanzetti rosa. Ricordo che un anziano si avvicinò alla cesta, fece finta di dare un’occhiata al manuale di fotografia, mi lanciò un paio di occhiate di studio, poi afferrò un volume di Liala e corse alla cassa. Accadde davvero, lo giuro.
Stavo per concludere una prima superficiale perlustrazione della cesta (solitamente ritorno più volte sul luogo del delitto e solo dopo attente valutazioni decido se acquistare o meno), quando lo sguardo mi cadde su una frase, stampata sul retro di un volume ancora avvolto nel cellophane.
| “Sull’orologio d’alabastro verdino non si esibiva una danzatrice qualsiasi, bensì la rapida Occasione. Ritratta secondo l’antica iconologia del Ripa, coi capelli rivolti verso la fronte, a significare quanto essa vada prevenuta e anticipata, con i piedi alati, per il suo veloce passare in equilibrio su una ruota mai ferma, e con in mano l’affilato rasoio che tronca ogni sorta di impedimento al suo volo.” |
Il periodo mi colpì. Chissà perché. Chissà per quale alchimia. Voltai il volume. Il titolo era “Il volo dell’occasione”, l’autore un certo Filippo Tuena. In copertina, la “Modella di profilo” di Seurat. L’editore era Longanesi. Un talloncino arancione recava la scritta Offerta Speciale e il prezzo: 2 euro. Lo acquistai.
Quel libro lo lessi in una sola mattina, due giorni più tardi. Era il due novembre, il giorno della Commemorazione dei defunti. L’atmosfera di quella giornata, il tema del libro (una torbida vicenda di revenant, fantasmi, condannati per l’eternità a ripetere il loro orribile peccato), mi coinvolsero in una delle esperienze di lettura per me più forti. Del libro ne riparlerò. E anche di Tuena.
Filippo Tuena, Il volo dell’occasione, Longanesi 1994, Fazi 2004.
mercoledì, 16 maggio 2007
Nel numero 82 della rivista ArpaMagazine (per poterla leggere, bisogna registrarsi, ma la registrazione è veloce e gratuita) c'è una interessante intervista a Babsi Jones, di cui uscirà presto il romanzo d'esordio presso la collana 24/7 di Rizzoli.
Mi interessa scrivere, perché è un’urgenza che ho, un’urgenza assoluta, esistenziale nell’accezione più prosaica del termine, ho bisogno di scrivere e scrivo perché non so fare altro: tutta la mia vita è stata “scrittura”.
E mentre ci sono, vi aggiorno sulla produzione dal basso della Malastrada.
In questo momento (ora 0:43), sono 238 le copie prenotate. Dobbiamo arrivare a 760 e mancano 13 giorni.
Aggiornamento: le copie sinora prenotate sono 282!
giovedì, 19 aprile 2007
Appena fuori il portone di casa, accendo il sigaro e mi avvio lungo la strada di fronte.
Fumare il sigaro è un'abitudine recente, come indossare due maglioni sotto il giubbotto o leggere tascabili di fantascienza seduto sulla tazza del cesso, e forse non si addice alla mia età. Eppure, nonostante ne abbia molte, le abitudini mi angosciano. Non conosco via più sbrigativa per giungere alla morte, senza contare poi che la morte stessa è un'abitudine: una volta morto, non fai altro che continuare a morire.
Mi concedo quindi solo abitudini temporanee.
domenica, 15 aprile 2007
Era l'estate del novantacinque.
Quel giorno (ma le medesime condizioni meteorologiche si sarebbero prolungate ben oltre il venti agosto) l'aria era calda e immobile. Giocavamo in cinque sulla spiaggia. Il gioco era tutto sommato semplice: bisognava effettuare sette palleggi con una palla senza che questa toccasse mai terra. Al settimo palleggio, la si doveva scagliare contro uno dei giocatori nel tentativo di colpirlo ed estrometterlo dal gioco. Ovvio che io, con i miei sessantanove chili, fossi il bersaglio preferito. Eliminato alle prime battute, non mi restava che aspettare venti minuti buoni per ripropormi baldanzoso ai nastri di partenza.
Ancora oggi non capisco perché - abbastanza ragionevolmente, avrei dovuto sentirmi vittima di una spietata forma di darwinismo sociale - ma quel gioco mi divertiva. Alla fine di ogni giro correvamo tutti insieme a tuffarci. Era il momento più atteso. Ci liberavamo dal sudore e dalla sabbia, che scovavamo sin dentro le orecchie.
Il nostro gruppo era come una singola creatura dalle molteplici braccia e unico cervello. Ci separavamo solo per il pranzo e per la notte. Di tanto in tanto, erano concesse deroghe per il tardo pomeriggio, ritenuto all'unanimità il momento migliore per baciare una ragazza. A me, era capitato una sola volta, di baciare una ragazza. Era stato tre anni prima. In seguito, lei non aveva più voluto farlo e, poiché attribuivo la sua resistenza alla mia scarsa tecnica, avevo chiesto lumi a uno dei membri più attivi del gruppo, almeno in questo campo. Le esercitazioni allo specchio diedero buoni risultati. Ma il tempo speso andò sprecato, perché da quella prima volta, e per i successivi sette anni, non mi sarebbe più capitato di uscire con una ragazza.
giovedì, 29 marzo 2007
"Il viso non aveva niente di particolare, era come quello di molti vecchi segaligni, solo il mento sporgeva in avanti come un piattino, tanto che doveva sempre coprirlo con il fazzoletto per proteggerlo dalla saliva..."
Il sole sparisce dietro una nuvola grigia e una pioggerella fitta vela la mia visuale come il filtro opaco di certe riprese cinematografiche. Il venditore ambulante corre a ripararsi all'interno del suo furgone. Un motociclista quasi scivola sull'asfalto, riprende il controllo del mezzo e sfila oltre una colonna di quattro vetture rimaste in attesa dietro un camion in manovra.
Tre operai dei servizi ecologici del Comune entrano nel bar e vanno dritti al bancone. Quello che è entrato per primo, come un capo-branco, basso e tozzo, ordina caffè per sé e per i suoi colleghi. Poi inizia a raccontare qualcosa accaduto quella mattina. Ridono, come compagni di scuola complici di uno scherzo fatto all'insegnante più antipatica. Hanno le unghie ispessite e incrostate di fango, è con le mani che si procurano lo scarso stipendio che - mese dopo mese - consente loro di tirare avanti. Andranno in pensione tra dieci o quindici anni. Terranno tra le braccia i figli dei loro figli. Crederanno di essere felici. Poi gli verrà diagnosticato un tumore e in capo a un mese moriranno.
giovedì, 22 marzo 2007
Di là della vetrata del bar la piazza lentamente si anima. Sono le sette e trenta del mattino di un giorno di fine febbraio.
La mia mente è un bordello totale.
Osservo il venditore ambulante di frutta e verdura giù all'angolo. Lo faccio ormai da qualche settimana. Non saprei spiegare le ragioni all'origine del mio interesse per quest'uomo, forse non ne ho voglia. Poco importa. Il punto è che ormai è quasi un'abitudine. Scelgo lo stesso tavolo, quello più vicino alla vetrata, e se all'inizio mi dicevo che lo facevo per la luce - mi piace leggere il giornale alla chiara luce del sole -, è d'obbligo ammettere, almeno a me stesso, che la scelta è in realtà guidata dalla necessità di osservare quell'uomo.
E' grasso come un maiale di media stazza. Un quintale e mezzo, e qualcosa di più. Ha i capelli grigi e lisci, e la barba ispida dei canonici due giorni. Nel corso delle mie osservazioni, non l'ho mai vista né più lunga, né più corta e gli ricopre viso e gola come un tappeto di ghiaccio duro misto a terra. Quando una trattativa comincia a mettersi male, o quando addirittura si conclude a suo sfavore, allora il venditore passa una mano in mezzo a quegli aghi irti e spinosi e va su e giù per le guance e la gola fino a quando non ritrova la calma.
Anche questa mattina il venditore compie gli stessi gesti delle mattine precedenti. Espone con cura maniacale la frutta e la verdura più fresca, lasciando gli esemplari menomati e bruttini in seconda linea. Finito di ordinare le cassette, si ferma un momento a osservare la sua opera. E' soddisfatto. Raccoglie dal taschino un pacco di sigarette senza filtro, se ne porta una alla bocca e la accende.
Poi accade qualcosa. Un gesto, un'immagine. E la mia attesa finalmente ripagata.
Il venditore si gonfia, strizza gli occhi, allarga le braccia e starnutisce. Uno starnuto immenso, potente. Vedo il getto che finisce tra le arance, al rallentatore. Nasce una storia che io devo raccontare.
sabato, 17 marzo 2007
- Questo blog non è un'opera di fantasia. I fatti, le descrizioni e i dialoghi qui contenuti tentano di riprodurre quanto accaduto nella realtà. Eventuali variazioni e/o distorsioni della succitata realtà sono da attribuire a piccoli vuoti di memoria di cui l'autore è spesso vittima.
- Conseguenza del punto sopra. L'autore invita parenti, amici, fidanzate, mogli e altri non ascrivibili alle categorie citate a non credere che "ha dato fuori di matto". I testi pubblicati sono stati pensati e ri-pensati più volte. È ragionevole concludere che quanto scritto sia esattamente quello che l'autore pensa di voi. Nel bene e, soprattutto, nel male.
E ora iniziamo.
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