giovedì, 19 aprile 2007
Appena fuori il portone di casa, accendo il sigaro e mi avvio lungo la strada di fronte.
Fumare il sigaro è un'abitudine recente, come indossare due maglioni sotto il giubbotto o leggere tascabili di fantascienza seduto sulla tazza del cesso, e forse non si addice alla mia età. Eppure, nonostante ne abbia molte, le abitudini mi angosciano. Non conosco via più sbrigativa per giungere alla morte, senza contare poi che la morte stessa è un'abitudine: una volta morto, non fai altro che continuare a morire.
Mi concedo quindi solo abitudini temporanee.
domenica, 15 aprile 2007
Era l'estate del novantacinque.
Quel giorno (ma le medesime condizioni meteorologiche si sarebbero prolungate ben oltre il venti agosto) l'aria era calda e immobile. Giocavamo in cinque sulla spiaggia. Il gioco era tutto sommato semplice: bisognava effettuare sette palleggi con una palla senza che questa toccasse mai terra. Al settimo palleggio, la si doveva scagliare contro uno dei giocatori nel tentativo di colpirlo ed estrometterlo dal gioco. Ovvio che io, con i miei sessantanove chili, fossi il bersaglio preferito. Eliminato alle prime battute, non mi restava che aspettare venti minuti buoni per ripropormi baldanzoso ai nastri di partenza.
Ancora oggi non capisco perché - abbastanza ragionevolmente, avrei dovuto sentirmi vittima di una spietata forma di darwinismo sociale - ma quel gioco mi divertiva. Alla fine di ogni giro correvamo tutti insieme a tuffarci. Era il momento più atteso. Ci liberavamo dal sudore e dalla sabbia, che scovavamo sin dentro le orecchie.
Il nostro gruppo era come una singola creatura dalle molteplici braccia e unico cervello. Ci separavamo solo per il pranzo e per la notte. Di tanto in tanto, erano concesse deroghe per il tardo pomeriggio, ritenuto all'unanimità il momento migliore per baciare una ragazza. A me, era capitato una sola volta, di baciare una ragazza. Era stato tre anni prima. In seguito, lei non aveva più voluto farlo e, poiché attribuivo la sua resistenza alla mia scarsa tecnica, avevo chiesto lumi a uno dei membri più attivi del gruppo, almeno in questo campo. Le esercitazioni allo specchio diedero buoni risultati. Ma il tempo speso andò sprecato, perché da quella prima volta, e per i successivi sette anni, non mi sarebbe più capitato di uscire con una ragazza.
giovedì, 29 marzo 2007
"Il viso non aveva niente di particolare, era come quello di molti vecchi segaligni, solo il mento sporgeva in avanti come un piattino, tanto che doveva sempre coprirlo con il fazzoletto per proteggerlo dalla saliva..."
Il sole sparisce dietro una nuvola grigia e una pioggerella fitta vela la mia visuale come il filtro opaco di certe riprese cinematografiche. Il venditore ambulante corre a ripararsi all'interno del suo furgone. Un motociclista quasi scivola sull'asfalto, riprende il controllo del mezzo e sfila oltre una colonna di quattro vetture rimaste in attesa dietro un camion in manovra.
Tre operai dei servizi ecologici del Comune entrano nel bar e vanno dritti al bancone. Quello che è entrato per primo, come un capo-branco, basso e tozzo, ordina caffè per sé e per i suoi colleghi. Poi inizia a raccontare qualcosa accaduto quella mattina. Ridono, come compagni di scuola complici di uno scherzo fatto all'insegnante più antipatica. Hanno le unghie ispessite e incrostate di fango, è con le mani che si procurano lo scarso stipendio che - mese dopo mese - consente loro di tirare avanti. Andranno in pensione tra dieci o quindici anni. Terranno tra le braccia i figli dei loro figli. Crederanno di essere felici. Poi gli verrà diagnosticato un tumore e in capo a un mese moriranno.
giovedì, 22 marzo 2007
Di là della vetrata del bar la piazza lentamente si anima. Sono le sette e trenta del mattino di un giorno di fine febbraio.
La mia mente è un bordello totale.
Osservo il venditore ambulante di frutta e verdura giù all'angolo. Lo faccio ormai da qualche settimana. Non saprei spiegare le ragioni all'origine del mio interesse per quest'uomo, forse non ne ho voglia. Poco importa. Il punto è che ormai è quasi un'abitudine. Scelgo lo stesso tavolo, quello più vicino alla vetrata, e se all'inizio mi dicevo che lo facevo per la luce - mi piace leggere il giornale alla chiara luce del sole -, è d'obbligo ammettere, almeno a me stesso, che la scelta è in realtà guidata dalla necessità di osservare quell'uomo.
E' grasso come un maiale di media stazza. Un quintale e mezzo, e qualcosa di più. Ha i capelli grigi e lisci, e la barba ispida dei canonici due giorni. Nel corso delle mie osservazioni, non l'ho mai vista né più lunga, né più corta e gli ricopre viso e gola come un tappeto di ghiaccio duro misto a terra. Quando una trattativa comincia a mettersi male, o quando addirittura si conclude a suo sfavore, allora il venditore passa una mano in mezzo a quegli aghi irti e spinosi e va su e giù per le guance e la gola fino a quando non ritrova la calma.
Anche questa mattina il venditore compie gli stessi gesti delle mattine precedenti. Espone con cura maniacale la frutta e la verdura più fresca, lasciando gli esemplari menomati e bruttini in seconda linea. Finito di ordinare le cassette, si ferma un momento a osservare la sua opera. E' soddisfatto. Raccoglie dal taschino un pacco di sigarette senza filtro, se ne porta una alla bocca e la accende.
Poi accade qualcosa. Un gesto, un'immagine. E la mia attesa finalmente ripagata.
Il venditore si gonfia, strizza gli occhi, allarga le braccia e starnutisce. Uno starnuto immenso, potente. Vedo il getto che finisce tra le arance, al rallentatore. Nasce una storia che io devo raccontare.
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